22/06/2010      il BLOG di FLAVIO OREGLIO sul sito de IL FATTO QUOTIDIANO
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Flavio Oreglio
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22/01/2010      KABUL
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"Kabul", an Italian song by Flavio Oreglio and Dario Canossi dedicated to Malalai Joya (with English subtitles) To Malalai Joya.

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07/10/2009      Anima Popolare
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Un ulteriore video, che mi è stato segnalato, ispirato dal brano Anima Popolare.

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03/08/2009      Basta!
Inserito da Flavio Oreglio il 03/08/2009

Vorrei segnalare agli amici che seguono questo blog, un video che ho scovato su you tube…

Il video è costruito utilizzando la canzone “Basta” tratta dal disco GIU’!

Non è un’idea mia ma la trovo molto divertente.

Buona visione.

 

 

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27/07/2009      LA COERENZA NON E’ PIU’ DI MODA
Inserito da Flavio Oreglio il 27/07/2009

Risposta a Claudio Bisio    

Caro Claudio Bisio,

c’è un detto che recita “il bel tacer non fu mai scritto” e tu, secondo me, dovresti tenerlo presente, non tanto per metterlo rigorosamente in pratica (non devi stare zitto, devi parlare perché sei bravissimo) ma per soppesare perlomeno un po’ di più quello che affermi, se non altro in nome delle 12 P: parla poco pensa prima perché parola poco pensata può portare parecchia pena.

 

Perché ti dico ciò?

Perché qualche giorno fa, evidentemente senza pensare – un comportamento molto in voga nella maggioranza degli italiani -  hai dichiarato che la censura non esiste.

La notizia, estrapolata da un’intervista rilasciata al settimanale A era riportata dal  TG COM ed è riprodotta qui di seguito.

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14 luglio 2009

 

Bisio: "Nessuna censura per satira"

"Non ho mai votato per Berlusconi"

 

"Non ho dubbi, in Italia la satira non è mai stata censurata. Mai votato per Berlusconi e mai lo voterò". E' questo il giudizio di Claudio Bisio, nell'intervista pubblicata da A, il settimanale diretto da Maria Latella. L'opinione di Bisio è riferita alla vicenda di Maurizio Crozza, ridotto a due puntate su La7 per il prossimo autunno. "Maurizio Crozza continuerà a fare l'editoriale per Ballarò. Vuoi mettere i numeri che faceva La7 e i numeri che fa Ballarò?

"Non ci sono paragoni. Su Raitre ha più audience - dice il comico - Crozza,Italia lo vedeva poca gente. E questo non lo dico io, lo dicono i numeri. A parte il fatto che, se voglio cercare la satira, oltre alla tv, c'è il teatro, la carta stampata, le vignette, Elle Kappa, Staino. E continuiamo a leggerli. No, nessuno in Italia fa satira politica col bavaglio".

Poi Bisio aggiunge: "Quello che non amo è la parodia, magari con il politico in sala. L'amico Floris aveva chiesto anche a me di farlo, ma ho rifiutato. Crozza è bravissimo, però da spettatore non mi piace quel sorridere, ammiccare, abbozzare, in quel senso lì è molto simile al Bagaglino, dove un tempo in prima fila c'era Andreotti".

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Quando l’ho letta sono rimasto esterrefatto.

Ho pensato: Claudio non può avere detto una fesseria del genere.

Poi però, purtroppo, ne ho avuto la conferma leggendo tutta l’intervista che hai rilasciato.

 

Allora mi sono chiesto: ma cosa gli sarà successo?

Dico a te, Bisio! Cosa ti è successo?

Il successo ti ha dato alla testa o alla testa è successo qualcosa?

Anche considerando il vezzo (molto in voga tra le star) di cercare di essere eccentrici a tutti i costi e  di voler apparire anticonformisti per dare di se l’immagine dell’originalone o della voce “fuori dal coro”, non avallare un fatto evidente, per me, è solo chiudere gli occhi davanti a un’”oggettività” e comunque, riconoscere ciò che anche altri hanno riconosciuto non farebbe certo di te un pecorone.

Anzi, a volte, proprio il fatto di volersi distinguere rischia – e così è - di fare di te una voce fuori dal coro non già perché sei geniale, acuto  o profondo, ma perché sei stonato.

Un po’ come quando canti con Vanessa e ti atteggi (vanesio!) a “Frank Sinatra del quartierino”.

 

La censura non esiste…dai! Vallo a raccontare a Indro Montanelli, a Enzo Biagi, a Michele Santoro, a Daniele Luttazzi, a Sabina Guzzanti, a Beppe Grillo, a Marco Travaglio o a Loris Mazzetti…va bene essere un buontempone, ma esci ogni tanto dall’ameno mondo di Zelig! La realtà è un’altra cosa e mi sembra che tu l’abbia persa di vista.

 

Mi vien da dire come ai vecchi tempi: Bisio! Non essere frivolo!

 

Che fine ha fatto nei tuoi pensieri l’editto Bulgaro?

Ma senza andare alla preistoria: cosa ne pensi dell’attuale gestione del TG1?

 

A onor del vero, per la precisione, tu effettivamente parli di censura alla satira, aggiungendo che in termini di controllo, non siamo paragonabili alla Cina…e questo perché? Perché qui da noi – dici -  ci sono altri spazi per fare in libertà tutto quello che vogliamo…qui da noi si può sempre fare satira sui giornali, in teatro, con le vignette,,,Bravo! Giusto e sbagliato allo stesso tempo. Giusto perché quello che dici  è vero, non arrivano le camicie nere o  la Gestapo a chiudere o bruciare le sedi dei giornali (almeno per adesso, fra un po’ vedremo), sbagliato perché non mi pare corretto sostenere che sia la stessa cosa fare satira in TV o farla altrove. Come ben sai – lo diceva il  nostro comune maestro Enzo Jannacci – “La television la g’ha una forza de leon (“La televisione ha una forza da leone”, traduco per i non lombardi), la televisione possiede una potenza comunicativa non equiparabile a nessun altro mezzo di informazione. 

Sai come la penso nei confronti della forza devastante del mezzo televisivo, è un concetto sul quale abbiamo già dibattuto l’autunno scorso a Rovigo alla “Fiera delle parole” durante un incontro con Gherardo Colombo.

 

Bisio, sei una persona intelligente – a meno che non mi sia sbagliato nel giudicarti in tutti questi anni, ma non credo -  e sai che non puoi sostenere certe tesi impunemente.

Sai che quello che hai detto non può passare inosservato… ma forse l’hai fatto apposta, per il gusto della provocazione (vecchio burlone!), e probabilmente quello che vuoi è  alzare un po’ di polverone mediatico che ti veda al centro dell’attenzione. Forse vuoi solo farti pubblicità. Lo capisco… quando uno non trova spazi e non è visibile fa di tutto per farsi notare. (Ah! Ah!, con questa battuta riempio S. Siro)

 

Io non credo che tu possa pensare questo, lo dici solo per qualche tipo di convenienza a noi sconosciuta.

Sia quel che sia, resta il fatto che la dichiarazione c’è e io voglio prenderti tremendamente sul serio e dirti con franchezza tutto quello che penso di questa tua pessima boutade. .

 

Intanto  la censura, caro Claudio, c’è! Eccome! Ed è un fatto innegabile!

Ho visto personalmente in diretta come agisce il controllo politico sulla RAI, non solo sui TG, ma anche in una trasmissione di infoteinement tendenzialmente satirica come  “Glob” dell’amico Bertolino…

 

Naturalmente a Zelig il problema non si pone.

Zelig è cambiato, è diventato il nulla farcito di niente col vuoto intorno. A parte poche perle (ma non sono certo una novità), come il bravissimo Gioele Dix e l’amico Leonardo Manera, che usate come foglie di fico per mascherare la pochezza generale di quello che proponete, il resto è fuffa.

È  ovvio che per Voi la censura non esista, perché per Voi non ce n’è bisogno.

Vi autocensurate, Vi autolimitate, Vi inginocchiate, Vi autofrustate, cercate di apparire come i bravi ragazzi della porta accanto e una volta messi in azione questi filtri autoctoni ciò che resta è appunto…il vuoto.

Un vuoto che fa  notorietà e business.

Bada bene che quello che fate è lecito, non ho nulla da ridire.

È  solo una questione di scelte e di stile.

D’altronde, nella vita, non è che bisogna dare fastidio a tutti i costi, si può anche essere compiacenti o neutrali. È doveroso  osservare però  che se si fa così, poi bisogna stare zitti. In nome del pudore, nel segno del buon gusto o semplicemente per buon senso. Non esiste il compiacente rivoluzionario.

 

Tuttavia tu sostieni le tue tesine per avvalorare la tua credibilità di uomo di sinistra… ma credimi, si è di sinistra nei comportamenti, non a parole, non ti serve come giustificativo il fatto di non avere mai votato per Berlusconi… cosa ti aspetti? I complimenti per il tuo futile e inutile coraggioso gesto? Caro Claudio,purtroppo per te, si può stare dalla parte di Berlusconi anche senza votarlo.

 

Come?

Semplice, facendo proprio quello che fai tu con l’ausilio dei tuoi compagni di merende; e cioè diffondendo una cultura comica fatta di cazzatelle, barzellette, gnocca e toccate di culo (vere o presunte ma sempre ammiccanti), promuovendo demenze e personaggi senza capo ne coda, confondendo il “comico” con il “ridicolo”, esaltando il concetto  del “ ridi per non pensare”, …ma ti rendi conto che alimentare e sostenere costantemente questo tipo di atteggiamento mentale vale molto di più del voto che non dai a Berlusconi?

Siamo passati dal “punirne uno per educarne cento” al “diseducarne cento per arricchirne uno”. Complimenti.

 

E poi il mondo e la vita non sono fatti a scompartimenti stagni. Non può esistere un “dentro” e un “fuori” dalla TV. Questa è ipocrisia! Una persona è quello che è, sempre e dovunque. Se cambia a seconda delle circostanze può essere definita in un solo modo: opportunista.

Non puoi minimizzare o sorvolare sul tuo comportamento in video per avvalorare il senso di appartenenza a uno schieramento culturale alternativo.. Per quanto cerchi di giustificarti sei sempre nel torto.

Secondo la “Teoria del caos” esiste il cosiddetto “Butterfly effect” che sostiene che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Si tratta ovviamente di una metafora, certo, la quale, però, nasconde una grande verità.

La farfalla sei tu Claudio, batti le ali e poi ti incazzi con l’uragano. Ma non si può fare così.

Non si può vendere le armi e poi fare le campagne contro la guerra, non si può affamare i paesi del terzo mondo e parallelamente promuovere azioni di solidarietà, non si può fare TV pessima e poi circuitare negli ambienti cosiddetti “culturali” per scagliarsi contro la TV spazzatura.

Questi atteggiamenti nascondono un’incapacità di fondo: l’incapacità di saper dire di no.

È difficile dire di no, perché ogni negazione fa perdere soldi.

Io mi sono un po’ stufato di quelli come te (e ce ne sono altri che sto aspettando al varco) che vogliono tenere il piede in due scarpe, e a tale proposito mi piacerebbe far tornare in auge una parola che ormai non si usa più e che è “coerenza”.

 

Coerenza! Coerenza! Coerenza!

Mai come in questo periodo confuso c’è bisogno di lei. La coerenza è scomparsa, oggi non c’è più.

D’altronde che coerenza vuoi che esista in un paese dove il Premier si schiera con la Chiesa per la famiglia e poi vive di festini in villa con tanto di puttanoni al seguito? Che coerenza vuoi che esista in un paese in cui il Premier, una volta colto sul fatto,  può dichiarare “Non sono un santo” e il popolo lo perdona considerandolo una simpatica canaglia e un incorreggibile viveur?

 

Nella tua intervista hai detto anche che Crozza ricorda il Bagaglino quando fa il siparietto a Ballarò o a Crozza Italia con i politici presenti in sala.

Concordo.

La pensiamo allo stesso modo.

Ma subito dopo ti perdi in questioni di numeri, audience, statistiche…ma non parli mai di qualità? Non parli mai di emozione? Non parli mai di poesia? Perché allora non difendi il Grande Fratello, se è solo questione di cifre? È triste per me doverlo constatare, ma sei diventato un uomo perfettamente inserito nel sistema; quello stesso sistema che critichi quando non sei in TV.

 

Sul blog CineTv che riporta la notizia della tua “sparata”, una persona che usa come nick name “darth wanax” ha così commentato “Che volgare paraculo…certo detto da uno che conduce un programma di comici di terza scelta, in cui il massimo della “satira” era rappresentato da quello che ora fa Buona Domenica  che gridava Attentato!...”

 

Lapidario, essenziale, definitivo.

Io non posso liquidarti così. Voglio ragionarci sopra. Tento di capirti.

Non posso essere così tranchant nei confronti di una persona a cui devo molto.

 

Ma non ti faccio sconti amico mio.

Sei in una posizione difficile da difendere. Ecco perché, lo ribadisco, il bel tacer….

 

Sinceramente, mi secca dover fare per l’ennesima volta la parte del rompicoglioni, ma non ce la faccio a stare zitto. Taccio da troppo tempo.

 

D’altra parte, chi dovrebbe fare questa opposizione? La critica? Aldo Grasso? Ah! Ah!

Aldo Grasso! Il critico che critica finché non salta sul carro dei vincitori! La grande mente (ma forse l’articolo dovrebbe essere messo al maschile) che, come recita pomposamente wikipedia, “dall'ottobre 1993 al settembre 1994 è stato direttore della programmazione radiofonica della RAI nella breve stagione detta dei Professori”

Squillino le trombe! C’è Il Professore! Quello che se fa lui va tutto bene e se fanno gli altri non va mai bene un cazzo! No, no, grazie. Non abbiamo bisogno delle sue critiche generaliste e mai circostanziate. La critica è un diritto, ma la critica circostanziata è un dovere! Troppo spesso il docente esprime  giudizi lapalissianamente dettati da antipatia viscerale se non da invidia.

Aldo Grasso? No grazie. È dai tempi della scuola che faccio volentieri a meno dei professori…

 

Caro Claudio, noi ci siamo frequentati tanto ma ci conosciamo poco, però:

  • sai che io ho sempre sostenuto le mie idee anche quando andavano contro il volere dei “grandi capi”…
  • sai che se non abbiamo messo le mutande rosse durante la diretta del capodanno ad Andalo nel 2000 è stato solo perchè il sottoscritto (seguito a ruota da Sergio Sgrilli) si è rifiutato di metterle…
  • sai che io non ho mai partecipato ai balletti dei comici perché li ho sempre ritenuti una roba pessima (anche se so che trasformano la performance globale da “cabaret” a “varietà” con conseguente aumento di valore SIAE che finisce nelle tasche dei soliti noti)… 
  • sai anche che non ho voluto partecipare alla sigla “Salirò” di Daniele Silvestri perché la ritenevo una porcheria (e infatti lo stesso Daniele, dopo la prima messa in onda, si è defilato).

 

O almeno credo che tu lo sappia.

Se ti hanno raccontato altre versioni dei fatti sono balle.

 

Ho pagato per questo. Ho pagato in fatica e sofferenza, in tensione e sguardi obliqui, in mormorii e derisioni, però ho resistito finché ho voluto (non “potuto”) ma se non sono stato zitto allora mentre rischiavo ogni settimana il posto in trasmissione (perché “Zelig” - come direbbe l’amico Maurizio Milani -“amici – amici… bel gruppo… compagni – compagni… Cuba – Cuba… ma se dai fastidio o non funzioni vai a casa”…vedi, appunto, il sottoscritto e Alberto Patrucco)…  se non sono stato zitto allora, dicevo, vuoi che non dica niente adesso nel sentire le stupidaggini che dichiari?

 

Capisco che devi/dovete difendere una posizione molto redditizia tentando di salvare il soldo e la faccia , ma quello che hai detto è pesante e soprattutto – mi spiace dirtelo ma è così -  viene da un pulpito che ha perso ogni credibilità nel settore in questione (la satira), e io non sopporto più – in qualità di pubblico e di addetto ai lavori – di sentirmi preso per i fondelli né da te né dalle persone con cui collabori costantemente.

Non riesco più a tollerare la vostra supponenza.

Sapete chi mi ricordate? Mi ricordate gli ex compagni del PD, senza identità, senza anima e con addosso la paura e il timore di affrontare ragionamenti che vadano oltre la conservazione dello status attuale.

Voi non elaborate mai soluzioni alternative (difficili tra l’altro da trovare) ma vi limitate alla  gestione dell’esistente, inventandovi una categoria di artisti incapaci e farlocchi.

Sono finiti i tempi in cui pescavate nel mercato reale, adesso costruite soldatini in collaborazione con la pletora di pseudo autori (per lo più artisti falliti) e di yes men che vi circonda.

Eppure la carica dello Zelig degli anni ottanta era ben diversa, e il primo Zelig TV aveva dato risultati ottimi senza nani, senza ballerine, senza ostentamento di culi e tette…certo, non stavamo facendo Shakespeare o Pirandello, ma c’era una dignità imberbe che meritava di essere coltivata e una professionalità che poche altre trasmissioni hanno avuto. Quello avrebbe dovuto essere il primo passo, era solo la messa a fuoco del giusto compromesso, da lì saremmo dovuti partire per innalzare e migliorare il livello della proposta.

Invece è successo il contrario.

Il soldo berlusconiano vi ha incantati e bloccati.

 

Vi ho osservati nella vostra degenerazione, ho cercato di mettervi in guardia, ho vissuto tutta la storia di Zelig dalle origini a oggi, ho amato il progetto che avete tradito, ho visto la vostra trasformazione.

 

Tu lo sai (anche se non lo ammetterai mai) che ho detto una cosa vera quando l’anno scorso ho dichiarato che l’ottanta per cento dei comici presenti oggi sul palco di Zelig negli anni ottanta non avrebbe messo nemmeno un piede dentro il locale; mi ricordo come venivano considerati gli amici del Gomitolo, Carletto Bianchessi, Gigi Rosa, De Marchi, Eugenio Kiokki,  Marino Guidi, Antonio Cota, Renato Converso…tutta gente a cui la nuova generazione di polli di allevamento che costruite nei vostri laboratori non è degna neppure di sciogliere un laccio dei sandali.

Quella fu una mia reazione a una sparata analoga alla tua da parte di Gino e Michele sul Corriere della Sera

quando, in un’intervista rilasciata nei primi giorni del gennaio 2008 parlarono della “satira-che-non-c’è-più”.

La notizia del mio sfogo fu riportata sul TG COM e sul Televideo di Mediaset in data 9 gennaio 2008.

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9 Gennaio 2008

 

Oreglio il nostalgico

"Zelig non è più quello di una volta"

 

Flavio Oreglio, il comico catartico lanciato dalla trasmissione Zelig è in vena di nostalgia. "Lo Zelig di oggi - ha detto - è un contenitore dalla storia gloriosa, ma non è più quello di una volta". Secondo il cabarettista infatti, la maggiorparte dei personaggi proposti dal programma di Canale 5 non avrebbero mai messo piede nello storico locale degli anni Ottanta. "C'è differenza - ha aggiunto Oreglio - tra le prime edizioni e quella di oggi".

"Amo lo Zelig, sono legato alla sua storia dagli anni Ottanta e rispetto le decisioni di chi lo dirige - ha detto Flavio Oreglio presentando il suo spettacolo "Non è stato facile cadere così in basso". Ma lo spettacolo di oggi non lo convince: "Il 70-80% dei personaggi che adesso si esibiscono allo Zelig, nel locale cult di Milano non avrebbero neppure messo piede".

Non si tratta di supponenza però, il comico catartico è più che altro nostalgico: Zelig lo ha lanciato e per tre volte è salito sul palcoscenico di quella che è una delle trasmissioni più viste del piccolo schermo e che ora, col passare del tempo, è inevitabilmente cambiata.

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Questo a dimostrare che il mio atteggiamento critico non nasce oggi ma ha radici profonde (coerenza appunto!).

Ma torniamo a noi, per avviarci alla conclusione.

Dici che leggerai i testi di Gaber quest’inverno allo Strelher….un modo come un altro per rifarti una verginità.

Ma a proposito di Gaber…lui  diceva che esistono due tipi di artisti, quelli che vogliono passare alla storia e quelli che vogliono passare alla cassa. Non si può passare alla storia passando dalla cassa.

Quando leggerai i testi di Gaber credo che Giorgio girerà la faccia dall’altra parte.

Chieditelo, cosa avrebbe pensato lui della tua trasmissione?

 

Caro Claudio, sei in preda a un conflitto di interessi non indifferente.

Non puoi fare TV in questo modo e poi andare allo Strelher a presentare “I bambini sono di sinistra” ( anche perché, tra l’altro, i bambini sono di destra: riflettici, se ci sono due parole che i bambini usano spesso, queste sono “io” e “mio” e non mi sembrano propriamente mancine…).

Non puoi fare l’alternativo del teatro comico/satirico e poi proporre al cinema “Natale a New York”!

Non puoi cassare gli artisti bravi e dire che la satira non c’è più….

 

Continua a fare Zelig così, te l’ho già detto, è un tuo diritto ed è lecito… soltanto ti prego di risparmiarci la tua prosopopea e le tue sentenze sul mondo della satira che ti apparteneva e che hai tradito. Ma soprattutto avvisa  l’ufficio stampa, Gino e Michele e il direttore artistico Giancarlo Bozzo che la smettano di cercare di far passare Alvaro Vitali per Dario Fo.

 

Sia chiaro: nessuna censura. Qui si che non c’è e non ci deve essere. Sia Alvaro che Dario hanno diritto di fare quello che fanno. Ma uno non vale l’altro. I settori sono ben distinti. Proponiamo pure qualsiasi cosa e lasciamo che sia il pubblico a scegliere – come mi hai detto a Rovigo -  ma  - e questo te lo dico io adesso - non cerchiamo di fare passare la merda per cioccolata. La vostra filosofia di spettacolo regge solo perché siete in televisione. Fuori la vita e il palco sono un’altra cosa, gli artisti non si costruiscono a tavolino e non si improvvisano in pochi mesi. Occorrono anni di studio, di allenamento e di sperimentazione.

Questo è quello che dovreste dire ai giovani che approcciano al nostro mestiere e non introdurli in una sorta di reality show della comicità.

Il settore dello spettacolo deve essere rifondato e deve soprattutto ritrovare le sue radici, la sua logica, la sua dignità e la sua ragione d’essere, ma la via, mi dispiace,  (se le cose non cambiano e vanno avanti così), non passa più da Zelig. La soluzione va cercata altrove, in quell’altrove dove la censura veramente non c’è e dove la libera espressione è elemento imprescindibile per una reale crescita e una vera selezione naturale di chi vive e respira il palco nella piena coscienza di sè e della propria unica modalità espressiva.

In caso contrario si costruisce solo una generazione di infelici che poi cercheranno di sopravvivere ad ogni costo, ma abbandonati a se stessi non sapranno nemmeno da che parte cominciare.

 

Un abbraccio katartiko.

Flavio Oreglio

 

 

 

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27/05/2009      LA LEVA POLITICA DELLA CLASSE '36
Inserito da webmaster il 27/05/2009

Silvio guadagna dai palazzi in costruzione

Dalla TV dai quiz dai campi di pallone

Di barzellette ne sa più di cento

Le spara in ogni dove

 

Silvio cammina che sembra un uomo

Con le scarpette e l’imbottitura

Da vent’anni sfugge alla magistratura

 

Silvio non aver paura di cambiare la costituzione

Non è mica da questi particolari che si giudica un dittatore

Un dittatore lo vedi dal razzismo, dalla censura, dall’ipocrisia

 

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai

Di oppositori finti che non si sono opposti mai
ed hanno appeso la falce a qualche tipo di muro
e adesso piangono dentro a un bar,
e sono capolista da dieci anni
in un partito che non han votato mai.
Chissà quanti ne hai corrotti, quanti ne corromperai.


Silvio capì fin dal primo momento,
il lodo Alfano lo faceva contento
decreti legge e voti di fiducia
per bypassare il Parlamento


Prese un partito che sembrava sfigato,
dal predellino lui l’aveva annunciato,
invitò il popolo ad andare a votare
e Veltroni disse “Si può fare”

Silvio non aver paura di cambiare la costituzione

Non è mica da questi particolari che si giudica un dittatore

Un dittatore lo vedi dal razzismo, dalla censura, dall’ipocrisia

 

 

Silvio se la caverà, anche se messo alle strette,
una velina lo terrà stretto stretto alle sue tette.

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09/07/2009 0.30.02


08/10/2008      L’abuso del termine “filosofia”
Inserito da Flavio Oreglio il 08/10/2008

Il termine “filosofia” è uno dei più abusati del nostro linguaggio e viene spesso usato a sproposito in frasi tipo

“Questa è la mia filosofia”
“Prendila con filosofia”
“La filosofia cristiana afferma…”
“La filosofia di fondo”

In queste frasi, la parola “filosofia” non indica sempre lo stesso soggetto.
Molto spesso, quando qualcuno dice “Questa è la mia filosofia” intende dire. “Io la penso così”, oppure “Questo è il mio pensiero” oppure “Questo è il mio modo di procedere”, oppure, in definitiva “Questa è la mia opinione”, “Questa è la mia metodologia procedurale”.

La stessa cosa dicasi quando si afferma “La filosofia cristiana”. In questo caso si intende “Quello che pensano i cristiani”…Bene, “Quello che pensano i cristiani”, seppur lecito nel rispetto totale della libertà di pensiero, non è per forza “filosofia”.

“La filosofia di fondo” indica una tesi non necessariamente filosofica che fa da sfondo (appunto!) a un certo modo di intendere certe cose; può essere un progetto, un’impostazione, un modo di intendere…

“Prendila con filosofia” è un modo di dire che significa semplicemente “Non arrabbiarti”, “Stai calmo”….non ha niente a che vedere con il termine “filosofia”, presuppone solo una saggezza del filosofo che non si arrabbia mai…

Questo stato di cose è innocuo, ma genera confusione e la confusione non va mai bene.
Quindi scateniamoci nel confronto e cerchiamo di venirne fuori.


Ogni contributo che ci faccia crescere è gradito.

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09/07/2009 0.27.29


07/10/2008      Esistono certezze oppure tutto è relativo?
Inserito da Flavio Oreglio il 07/10/2008

Introduzione alla tesi                                                                                                                           Anticipata nel libro “Siamo una massa di ignoranti. Parliamone” e pubblicata definitivamente nel volume “Non è stato facile cadere così in basso”

La tesi che sostengo e che tramite questo blog voglio esporre e dibattere con continuità, vuole dare una risposta definitiva a una domanda molto semplice e chiara: “Esistono certezze oppure tutto è relativo?”
Esistono punti fermi (che oggi possiamo assumere come verità indubitabili allo stato attuale dei fatti) oppure ognuno può dire quello che vuole perché la verità non esiste?

Dico subito che alla domanda “Tutto è relativo?” la risposta che mi sento di dare è NO.
E alla domanda “Esistono certezze?” la risposta diventa ovviamente SI.

Dopo questa affermazione così perentoria che diffondo con sicurezza a livello globale tramite internet, già vedo i fautori del cattolicesimo esultare in Piazza S. Pietro, Al – Jazeera che trasmette immagini dei paesi islamici in festa, nelle sinagoghe si esulta, gli induisti ballano gioiosi…proprio mentre i relativisti laici di tutto il globo terracqueo mi puntano contro il dito indice della mano destra, alzando contemporaneamente il medio della sinistra.
A tutti questi individui che non hanno evidentemente letto l’avviso sopra riportato, voglio dire subito che il loro dibattito da quattro soldi non mi interessa.
Se lo tengano pure stretto , io in certe discussioni fumose e pretestuose non intendo immettermi.

Ragionare sulle cose senza mettere in discussione i pulpiti dai quali i ragionamenti in gioco scaturiscono e vengono promossi non è molto interessante e per di più è pericoloso, fuorviante, ma, soprattutto, inutile.
Si litiga e non si cambia una virgola.

Il mio discorso parte da molto più lontano, che poi in realtà è un lontano assai vicino…
Vicino a chi? Vicino alle persone semplici, perché in fondo è semplice il discorso che intendo affrontare.
Certo, si tratta di un ragionamento lungo e articolato, ma la sua sostanza è semplice e comprensibile a tutti, occorre solo tanta pazienza, un po’ di sforzo e un briciolo di attenzione.
Chi avrà la forza di seguirmi fino in fondo vedrà che ne valeva la pena.

Io sostengo che esistono delle certezze (almeno per ora le chiamo così, poi vedremo se battezzarle diversamente) talmente evidenti e talmente lapalissiane (anche se per niente ovvie) davanti alle quali ogni uomo deve fermarsi.

E quali sono queste “certezze”, queste “verità” davanti alle quali ogni uomo – suo malgrado, magari, ma mi dispiace per lui, perché personalmente a me non danno alcun fastidio – ha sempre dovuto arrendersi e ancora oggi deve in qualche modo rassegnarsi a farlo?

Le trovate elencate nella tabella che segue, unitamente a qualche breve commento.

Sarà il dibattito a farci entrare nei meandri del problema e sarà la discussione a mettere alla prova l’impianto di idee che ho elaborato.

Ditemi cosa ne pensate, mandate un vostro contributo.
Dialoghiamo.

 
Esposizione della TESI “Esistono certezze che hanno carattere indubitabile
Eccole riportate in questo schema riassuntivo (Griglia delle certezze indubitabili)

 

   
Piccola spiegazione – Come sono giunto alle affermazioni contenute nella tesiTratta da “Non è stato facile cadere così in basso” - Aggiornata


Alle affermazioni contenute nella tesi che intendo sottoporre a dibattito, sono giunto attraverso due percorsi principali: l’analisi della storia del pensiero filosofico e la riflessione personale.
Esse sono emerse nel corso di anni di indagine e ogni qualvolta ho tentato di percorrere strade alternative, per sondare altre possibilità, non ho mai potuto fare a meno di giungere alle stesse conclusioni.
Sono consapevole del fatto che potrebbe anche solo essere un problema mio di limitatezza.
Io non so se queste ipotesi siano già state pensate e/o scartate, non so se siano ingenue e/o ovvie, non so se siano viziate da errori di fondo…a me sembrano ipotesi forti, tuttavia ritengo necessario un confronto critico molto potente; avverto la necessità di un dibattito.

Il blog, come dicevo, è nato per questo.

Il compito che mi sono proposto di svolgere è stato quello di fare una sorta di PUNTO DELLA SITUAZIONE ALLO STATO ATTUALE DEI FATTI, e la “storia del pensiero filosofico” che è stata, in un primo momento, la molla che ha fatto scattare in me questo desiderio, si è ridotta in seguito a semplice (seppur corposo) contributo al dibattito che ho in mente.

La mia è una riflessione generale sulla “struttura” del pensiero filosofico. Ho già avuto modo di definire tale punto di vista “Filosofia della filosofia”.

Questo lungo cammino è iniziato nel 1988, allorché decisi di “ripassare” la filosofia con cui ero entrato in contatto negli anni del liceo.
La voglia mi era venuta sull’onda degli studi scientifici effettuati all’Università, allorché, dopo essermi laureato in scienze biologiche con specializzazione in Ecologia (1984), il contrasto tra “evoluzionismo” e “creazionismo” aveva aperto in me uno spiraglio verso la speculazione filosofica.
Nacque così in me il desiderio di rituffarmi nella filosofia; dapprima è stato latente e poi è esploso.

A quel punto ho iniziato a leggere libri e a ripassare la materia, partendo dalla “Storia della libertà di pensiero” di John Bury e passando attraverso “Perché non sono cristiano” e “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell per arrivare in seguito alla “Storia della filosofia” di Emanuele Severino, opera meravigliosa e illuminante che mi è stata di grande aiuto.

Leggendo mi tornavano in mente nomi e situazioni, mettevo ordine nelle mie confuse conoscenze e man mano che il tempo passava mi accorgevo che andava delineandosi il problema di fondo che sto cercando di far emergere.

Qual’ è questo problema di fondo?

Semplice e duplice:

a) che la storia della filosofia sembra essere una sorta di enorme dibattito a distanza in cui, però, i protagonisti non parlano tutti delle stesse cose ma, soprattutto, nel “discutere” usano le stesse parole con accezioni diverse.
b) che - percorrendo la storia della filosofia – si può notare come alla costruzione di un impianto filosofico ne segua immediatamente la sua distruzione da parte dell’impianto filosofico successivo e si può osservare anche come questa distruzione avvenga sempre nello stesso modo: minando le basi dell’impianto, distruggendo a monte, cioè, alcune premesse fondamentali. Crollate quelle, crollava tutto (come è logico che sia).

A un certo punto mi sono detto: quali sono le cose da tenere e quelle da scartare?
Cosa rimane oggi del contributo dei grandi pensatori?
In mezzo a tutta questa grande mole di produzione filosofica, che cosa ha veramente fatto fare qualche passo avanti alla nostra coscienza e che cosa invece è stato detto di superfluo? Che senso ha oggi – fatta eccezione per quel vago sapore di aria fritta accademica – discutere, argomentare e pontificare - per esempio – circa alcune posizioni di Platone? Non metto in dubbio il valore storico, documentale, stilistico e culturale delle sue opere, ma che contributo può dare il suo “mondo iperuranio delle idee” alla nostra discussione attuale?
La lettura di molte opere dell’antichità può avere un valore – per così dire – letterario e di cultura generale, ma, se il contenuto ha la pretesa di voler essere “filosofico”, alla lettura dovrebbe far seguito la critica filosofica per far notare eventuali errori commessi dal punto di vista della conduzione del pensiero (così come in futuro altri dovranno/potranno fare con i nostri scritti).
Quindi – mi sono chiesto -  gli antichi erano dei pirla? Assolutamente no. Loro stessi criticarono e modificarono il pensiero dei loro predecessori (le osservazioni di Platone e Aristotele al pensiero di Parmenide sono molto simili a quelle che possiamo muovere noi al presocratico che è considerato il fondatore della metafisica) e il loro atteggiamento va solo perpetuato (riconoscendogli quindi un grande insegnamento che ci hanno lasciato).
Quello che dico può apparire arzigogolato, ma in realtà il problema è molto semplice e lo capiamo forse meglio facendo un parallelo con la matematica.
La matematica e la geometria hanno subito continui “restyling” e nessuno oggi si sogna di andare a studiare i metodi matematici degli egizi o degli abitanti della mesopotamia se non per mera curiosità storica (che diventa un fatto di curiosità e/o di cultura generale).
La filosofia dovrebbe seguire lo stesso esempio. Utilizzare quello che di buono è stato fatto e scartare il superfluo, occorre fare necessariamente un’azione di riordino analoga a quella che fece Euclide con la sua opera “Elementi” nel III sec. pEV; la più rigorosa e razionale sistemazione logica della matematica elementare.

Con queste idee che mi frullavano nel cervello, in quel momento, ho avuto come la sensazione che l’insieme della “Storia della filosofia”contenesse una qualche forma di “verità” ma che tale tesoro fosse ben nascosto e quindi difficile da scovare.

Ho cercato sui libri (ne ho letti a centinaia) per trovare una riposta al doppio quesito che mi stavo ponendo.
Risultato: “nessun file è stato trovato”, per usare una terminologia informatica dei nostri tempi.
Mi sono chiesto: perché?

Forse perché partire alla volta di questa impresa è un lavoro immane?
Anche Giasone e gli Argonauti non si persero d’animo!
Forse perché la mia osservazione è filosoficamente stupida e inammissibile?
Anche Mendel veniva preso in giro quando studiava la genetica coi piselli!
Forse perché il quesito che mi pongo non ha senso?
Anche Einstein doveva avere lo stesso traballamento quando elaborò tra se e se la “Teoria della Relatività”!
O forse semplicemente perché nessuno si è mai posto il problema?
Fatto sta che, appoggiandomi psicologicamente su Giasone, Mendel ed Einstein, e tenendo presente il lavoro di Euclide, ho iniziato a incrociare ragionamenti personali con idee prese da questo o quel filosofo, originando una sorta di eclettismo critico e personalizzato che mi ha condotto fin qui.

Un esempio procedurale su tutti.
Cartesio ha posto la questione del metodo e ha cercato un mattone fondante.
Sulla carta il progetto non faceva una grinza. La strategia e gli obiettivi erano chiari.
Prese la matematica e la geometria euclidea come riferimento logico e confrontò il sapere scientifico (allora emergente) con quello filosofico.
Quando ritenne di avere trovato il mattone fondante (che, per lui, era il “Cogito”), lo diede per certo e poi si perse in una filosofia confusa e contraddittoria.
Pertanto, nel mio percorso, ho tenuto buoni sia il problema del metodo (e la logica del dubbio sistematico) che il “cogito” ma ho scartato tutta l’elaborazione cartesiana successiva.

L’esperienza di Cartesio, oltre a mettere in evidenza la prima certezza evidente che non si può controbattere, mi ha insegnato che la cautela s’impone, che ogni passo va confrontato e discusso e che non è buona cosa correre per costruire ipotesi che possono rivelarsi fragili castelli di carte.

Ecco perché oggi dico che la discussione deve limitarsi – per ora -  alla “prima pietra” e vedo questo confronto come ipotesi costruttiva da affrontare serenamente e senza paura.

Non serve sprecare tempo per costruire la casa se le fondamenta non sono fatte bene.
Al primo problema la casa crolla. (la “storia della filosofia” docet!).
Probabilmente, se uso il tempo che rischio di sprecare nel costruire la casa per fare meglio le fondamenta, il pericolo che corro è  di non avere una casa, ma chi viene dopo di me magari riuscirà a costruirne una solida grazie ai miei sforzi e agli sforzi delle altre persone coinvolte nel costruire le basi.

Un’abitudine dei filosofi del passato è sempre stata la “costruzione personale”.
Non c’è mai stato in loro un  atteggiamento collettivo, fatta eccezione per alcuni circoli filosofici che si proponevano l’analisi di alcuni problemi particolari.
Ma il problema non è mai stato posto in modo così radicale come lo intendo io.
A tale proposito, per tornare a Cartesio, vorrei rilevare che uno degli errori commessi nel porre la questione del metodo fu quello di acquisire agli atti del suo pensiero, come modello, il metodo scientifico ma (ed è qui l’errore) di non porre il problema dell’intersoggettività.
La metodologia della scienza ci insegna che lo sforzo collettivo è fondamentale, perché rappresenta da un lato la possibilità di lavorare assieme e dall’altro è una sorta di organismo di controllo.
La scienza non è infatti il frutto di un’unica mente pensante, ma è il risultato dei contributi di molti individui che, forti dei risultati ottenuti da chi si è occupato di scienza prima di loro sono riusciti ad andare oltre i confini già raggiunti in precedenza.
Lo stesso Newton diceva (riconoscendo con questo il merito dei suoi predecessori) che se lui aveva potuto vedere così lontano è perché stava “seduto sulle spalle dei giganti”.
Si suole dire che la conoscenza scientifica – per questo motivo – è conoscenza CUMULATIVA, cioè le nuove conoscenze che si acquisiscono si accumulano sulle precedenti e se le sostituiscono è solo perché le inglobano (tale è stato il caso, per esempio, della fisica relativistica di Einstein  nei confronti della fisica classica di Galileo/Newton)
Probabilmente, i fondatori della scienza non posero a priori il principio della intersoggettività, fu la caratteristica del metodo adottato a determinare questa particolarità (fatto salvo l’errore sperimentale, ma ci sta e ne siamo consapevoli), e oggi possiamo dire – mutuando questo principio proprio dalla scienza e dal suo modo di procedere – che delineare il campo d’azione e definire con precisione parole e concetti che si utilizzano è fondamentale sia per parlare la stessa lingua sia per crescere insieme sia – in ultima analisi – per capirsi e per riuscire ad accumulare coscienza e conoscenza filosofica.

La scienza quindi  ha costruito dei binari precisi che a loro volta hanno stabilito una direzione ben definita sia per quello che concerne il  metodo che per quello che riguarda l’ambito di indagine.
Questo i filosofi non l’hanno mai fatto, o comunque non ne hanno mai studiato la possibilità fino in fondo finendo sempre per non condividere un “campo di gioco” uguale per tutti.

La mia metodologia si scosta, per questo motivo, da quella dei filosofi del passato.
L’esperienza dei millenni mi insegna che non conviene procedere oltre senza prima verificare con altri i risultati a cui si ritiene di essere giunti.

Non serve a nulla produrre impianti filosofici che, per quanto interessanti, il più delle volte si rivelano essere né più né meno che una semplice “opinione” o grandi contenitori di pensieri vuoti.

La vera battaglia è arrivare a parlare la stessa lingua, occuparsi degli stessi problemi, inquadrare il pensiero filosofico dandone una definizione precisa, ben consapevoli del fatto che il pensiero filosofico non è l’unica forma di pensiero possibile e che altre forme possono essere adottate, ma al tempo stesso dobbiamo avere la consapevolezza che altre forme di pensiero non possono arrogarsi il diritto di definirsi “filosofie”.

Se non ci comportiamo così ci sarà sempre confusione e  la filosofia continuerà a essere bellissima, ma sterile e inutile.

 

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24/02/2009 19.40.44


07/10/2008      Filosofia = pensiero razionale
Inserito da Flavio Oreglio il 07/10/2008

Per me la filosofia è “pensiero razionale”, anzi, la filosofia è per antonomasia il guardiano della razionalità.
Il suo atto di nascita lo sancisce, la ribellione al mito lo impone.
Pertanto, rivestendo questo ruolo deve eliminare dal suo ambito tutto ciò che non è lecito dal punto di vista razionale (o comunque inquadrarlo e/o dargli un peso)
Quando i primi filosofi iniziarono a filosofare contrapposero alla narrazione mitica il ragionamento, alle favole e ai voli della fantasia cercarono di opporre i fatti concreti.
Non ci sono riusciti subito, non era facile abbandonare immediatamente un abito mentale costruito durante un trascorso millenario di pensiero “mitico”.
Ci sono voluti millenni per cominciare a venirne fuori, ma finalmente oggi possiamo dire di essere alle soglie di un cambiamento. Quello che i presocratici avevano intuito sta per diventare realtà.
Si tratta solo di riconoscerlo e di ammetterlo. Tutti, indistintamente.

La filosofia è “pensiero razionale” e tutto quello che non è razionale non è “filosofia”.
È un’altra forma di pensiero, del tutto rispettabile – entro i limiti del rispetto reciproco – ma non è “filosofia”.
Il nemico numero uno del filosofo è la fede, di qualsiasi tipo di fede si tratti.
È un atteggiamento che non si addice al filosofo.

Qualcuno non è d’accordo sul definire la filosofia così. Ma se la filosofia non fosse “pensiero razionale” come si spiegherebbero i tentativi di conciliare fede e ragione? Come si spiegherebbero i mille anni di “filosofia medioevale” (che filosofia non è) durante i quali il problema era mettere d’accordo le Sacre Scritture con Aristotele? Come si spiegherebbe il fatto che, sempre nel medioevo la filosofia era considerata la “ancilla theologiae”?

Per me esiste un pensiero religioso e un pensiero filosofico, il pensiero religioso si basa su rivelazione e credo (e ha una sua logica ben precisa che ho analizzato sia in “Siamo una massa di ignoranti. Parliamone” che in “Non è stato facile cadere così in basso”), il pensiero filosofico, invece, è pensiero razionale e si basa sul ragionamento, sul dubbio e sulla dimostrazione rigorosa (secondo questo criterio la stessa metafisica non è e non può essere “filosofia”, è un’altra cosa. Essa nacque in seno alla filosofia come uso improprio del linguaggio: formalmente per lo più ineccepibile, sostanzialmente priva di contenuti reali, come dimostrato in seguito da Kant e dai filosofi del linguaggio).

Quello che vedo nella “storia della filosofia” è il procedere nemmeno tanto armonico di una razionalità che prende sempre più coscienza di se stessa; è come se, in qualche modo, si fosse evoluta nel corso dei secoli (e dei millenni) una sorta di consapevolezza della razionalità che ha portato la ragione sempre più verso la liberazione di se stessa da dogmi di ogni tipo e da residui di pensiero mitico.

La filosofia delinea (o cerca di delineare, o deve cercare di delineare) quindi il campo d’azione della razionalità e alla razionalità si affida, non importa se qualche filosofo ufficialmente riconosciuto come tale, non è riuscito a restare fedele fino in fondo a questa visione, mantenendo residui di credo di varia natura o incappando in nuovi atteggiamenti dogmatici. Oggi, col senno di un enorme poi, possiamo riconoscere che quel filosofo ha sbagliato (dal punto di vista della razionalità) o perlomeno sappiamo individuare i punti del suo pensiero dove c’è stata concessione al mito o si è sorvolato sulla rigorosità.
 
La questione non è semplice ed è molto dibattuta.
È capitato anche a me nel corso di un incontro tenuto al CAFFE’ FILOSOFICO di Crema il 12 maggio 2008. In quell’occasione nacquero delle dispute “fuori tema” rispetto all’oggetto della discussione (la mia tesi contenuta nel libro) che non erano altro se non la manifestazione di questo problema inatteso: eravamo in disaccordo su che cosa si debba intendere per “pensiero filosofico”; in sostanza non concordavamo sulla definizione stessa di “filosofia”.

Potrà sembrare strano, ma esistono diverse concezioni della filosofia, non per tutti i filosofi (o sedicenti filosofi) la definizione di filosofia è la stessa.

È stato attraverso questa esperienza che ho capito perché la filosofia è accusata di non fare progressi e perché viene spesso contrapposta alla scienza che costituisce invece una sorta di conoscenza cumulativa.
Se i filosofi non concordano nemmeno sulla definizione stessa di filosofia, di quali devono essere i contenuti effettivi di questo modo di pensare come possiamo pensare che i risultati possano essere cumulativi e/o paragonabili?

E dove può andare un ambito di discussione (la filosofia) se coloro che lo praticano non sono nemmeno d’accordo su di che ambito si tratti?
Questo è il problema della filosofia che va risolto.

I festival che imperversano e che a volte mi capita di frequentare e di seguire, non sono, per me, “festival della filosofia”, tenderei a definirli “festival del confronto delle  varie forme di pensiero” dove i filosofi si scontrano con i teologi, i razionali con i mitici, gli scienziati coi metafisici…e così via.

Dobbiamo metterci d’accordo. Possiamo chiamare “filosofi” tutti i pensatori e poi prospettare una sorta di secondo livello di definizione con il quale chiarire di che tipo di filosofo si tratti (per esempio filosofo morale, filosofo cristiano, filosofo della scienza, filosofo politico ecc. ecc.)  oppure, possiamo qualificare chi svolge una qualunque attività intellettuale come “pensatore” (e io penso che sia meglio così) bandendo dalla filosofia alcune forme di pensiero, non già perché non abbiano in generale un valore o non siano in grado di creare interesse e quindi debbano essere messe a tacere (ci mancherebbe, lo scopo di questa discussione è fare chiarezza, non pulizia etnica cerebrale) ma perché, per il bene del nostro linguaggio e del nostro parlare non si crei inutile confusione.

Questa distinzione, lungi dall’essere inutile, permetterebbe di rivedere con occhio critico la storia della filosofia, consentendo un’analisi dei contenuti espressi dai vari “pensatori” e permettendo una cernita dei contributi che gli stessi hanno dato sul fronte della ricerca razionale.
Altrimenti l’unica alternativa che ci resta (ma è una strada classica già percorsa) è fondare una nuova corrente filosofica, ma credo che questa eventualità non renderebbe giustizia ai primi pensatori i quali, pur con tutte le sporcatore del caso si affidarono alla ragione come strumento conoscitivo, uno strumento che in migliaia di anni è riuscito a comprendere e a comprendersi sempre meglio.


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